Il governo cantonale comunica lo stop ai versamenti a partire da oggi. Zali: ‘Ora ci aspettiamo che la Confederazione faccia i nostri interessi’

Prima gli avvertimenti, poi i pugni sul tavolo. Alla fine il Consiglio di Stato ha deciso all’unanimità di bloccare parzialmente i ristorni all’Italia. Circa 50 milioni di franchi che il Ticino non verserà alla Lombardia in risposta alla volontà – per ora solo annunciata – di introdurre la ‘tassa sulla salute’, ovvero una trattenuta del 3 per cento sullo stipendio dei vecchi frontalieri, quelli che disponevano di un permesso G prima del nuova accordo attivo tra Italia e Svizzera dal luglio 2023, per finanziari il sistema sanitario italiano. Lo ha fatto sapere il Consiglio di Stato questa mattina nel coso di una conferenza stampa convocata in fretta e furia – inizio alle 9 a Bellinzona, invito recapitato ai media alle 6.30 – a Palazzo delle Orsoline. «Oggi è il giorno di scadenza dei pagamenti. In modo molto trasparente abbiamo quindi deciso di bloccare cautelativamente parte dei ristorni, quelli destinati alla Lombardia che ha annunciato l’intenzione di applicare la tassa», afferma il presidente del Consiglio di Stato Claudio Zali. «La base legale che permette, anzi impone alle Regioni, di prelevare un’imposta è lesiva dell’accordo internazionale degli accordi fiscali tra Italia e Svizzera. Un accordo che vieta la doppia imposizione per i vecchi frontalieri e lascia al Ticino la competenza esclusiva di prelevare imposte. La Lombardia, che ha espresso l’intenzione di applicare questa tassa, andrà quindi a percepire delle imposte che si trovano all’interno della sovranità fiscale del Ticino». Una posizione, quella del Consiglio di Stato, che si basa anche sulla perizia giuridica affidata dallo stesso governo al professor Pascal Hinny, ordinario della cattedra di diritto tributario all'Università di Friborgo, che sottolinea come la ‘tassa della salute’ sia un’imposta. Il dito del Consiglio di Stato non è però puntato solo contro l’Italia, anzi. «Gli scambi con la Confederazione sia sul piano tecnico che politico, l’ultimo lunedì con la consigliera federale Karin Keller-Sutter, non hanno permesso finora di trovare una soluzione che permetta di mantenere indenne il Cantone dal pregiudizio che gli deriva da questa tassa. Allo stesso modo – aggiunge Zali – da parte italiana non sono arrivate le sufficienti rassicurazioni sulla non retroattività di questa misura».
Il Ticino ha quindi bloccato la seconda metà dei ristorni dovuti per il 2026. «Sbloccheremo questa cifra gradualmente, solo dopo aver constatato che la ‘tassa della salute’ non è stata messa in vigore». E con la Confederazione? «Ci aspettiamo uno sforzo maggiore e la presa di coscienza che questa situazione ci penalizza. Oppure – puntualizza Zali – che il Consiglio federale intervenga con il governo italiano per far abrogare la base legale che permette il prelievo: da parte nostra ci impegneremo con la Regione Lombardia per trovare una soluzione».
Fa un passo indietro il direttore del Dipartimento finanze ed economia Christian Vitta. «Già nel 2000, quando si parlava del nuovo accordo, avevamo messo sul tavolo che il Ticino in alcuni ambiti era chiamato a degli sforzi. Questo nell’ottica di un interesse generale. Ora si tratta, di tenere conto dell’impegno del nostro cantone». Insomma, lo sguardo è rivolto a Berna. «Ci aspettiamo che il Consiglio federale si attivi per difendere i nostri interessi. Ci aspettiamo il pieno sostegno e la volontà di trovare una soluzione politica. Pieno sostegno che deve tradursi in atti concreti», aggiunge il direttore del Dipartimento sanità e socialità Raffaele De Rosa. «La questione va risolta in tempi ragionevolmente rapidi».