Dall’insediamento nel 2013 affermando di ‘riconoscersi nel programma della Lega’, ai litigi con l’Udc che mettono fine all’alleanza, passando per tassa sui parcheggi e tram-treno

“So anche negoziare”. La prima intervista a ‘laRegione’ da consigliere di Stato ‘in pectore’ Claudio Zali la rilascia domenica 27 ottobre 2013. Il giorno precedente, riuniti in conclave, i ‘colonnelli’ leghisti avevano scelto il profilo del giudice e presidente del Tribunale penale cantonale, ritenuto quello più istituzionale, per prendere il posto di Michele Barra scomparso improvvisamente pochi giorni prima. Una scelta imposta anche dai rifiuti di Lorenzo Quadri e Michele Foletti, il primo sulla lista per il governo alle precedenti elezioni del 2011, a ricoprire la carica. “Io mi riconosco in gran parte del programma della Lega e farò di tutto per portarlo avanti”, affermava Zali nell’intervista.
Il 12 novembre Zali entra ufficialmente in governo alla guida del Dipartimento del territorio, precedentemente nelle mani di Barra nei pochi mesi della sua presenza in Consiglio di Stato, e prima ancora per quasi vent’anni sotto la direzione di Marco Borradori. Una scelta “di continuità” quella presa dell’Esecutivo che decide di evitare un rimpasto dei dipartimenti nonostante le mire dell’allora Ppd (oggi Centro) a riprendersi il Dt.
Nel 2014, un anno dopo il suo ingresso in governo, Zali mette sul tavolo due dossier che segneranno tutta la sua carriera in governo e gli faranno ricevere le prime critiche da destra: la tassa di collegamento e la tassa cantonale sul sacco. La prima mirava a colpire i grandi generatori di traffico (grosse aziende e centri commerciali) per finanziare il trasporto pubblico. Nonostante l’approvazione popolare, la tassa viene combattuta a suon di ricorsi e raccolte firme. Il Gran Consiglio, seguendo la spinta dell’Udc, deciderà alla fine di cestinare anche una sua versione ‘light’. La seconda, la tassa sui rifiuti, avrà invece maggior fortuna e segnerà un cambio di paradigma: i costi di smaltimento saranno maggiormente legati alla quantità di rifiuti prodotti e non con imposte o tasse forfettarie. Nell’occasione, Zali non mancò di definire la refrattaria Lugano come “villaggio gallico sul Ceresio".
L’altro grande dossier che segna l’attività da consigliere di Stato di Zali è la Rete tram-treno del Luganese. Un’opera che insieme all’apertura della galleria del Ceneri vuole rivoluzionare il trasporto pubblico ticinese. Ereditato dai suoi predecessori, Zali ottiene nel 2018 i finanziamenti cantonali e federali per il dossier del tram-treno. È però l’inizio di un lungo iter fatto di ricorsi e, soprattutto, esplosione dei costi. È dello scorso anno la notizia che per realizzare il progetto sarebbero serviti circa 200 milioni in più. La ‘bagarre’ è servita, con l’Udc che attacca frontalmente il direttore del Dt. Per i democentristi Zali è anche troppo blando nella gestione del lupo. Il suo approccio improntato alla “prevenzione” viene criticato anche dalle associazioni di contadini e agricoltori.
La fine dell’amore tra Lega e Udc – sancita lo scorso 23 giugno con un comunicato in cui i democentristi annunciavano una propria lista in vista delle elezioni cantonali del prossimo anno – non è stata quindi il risultato di un singolo episodio, ma di un progressivo deterioramento dei rapporti specialmente nel corso degli ultimi anni. Una lunga discesa, che ha un unico comune denominatore: Claudio Zali.
Già dopo le cantonali del 2023 erano infatti emerse incomprensioni, in particolare con l’Udc che riteneva di aver contribuito in maniera determinante alla conferma dei due consiglieri di Stato leghisti, lo stesso Zali e Norman Gobbi, grazie alla lista comune, lamentando di non ricevere un adeguato riconoscimento politico.
Ad aver esacerbato ulteriormente i rapporti, anche la celebre dichiarazione televisiva nella quale Zali affermava di sentirsi “politicamente più vicino ai Verdi che all’Udc”. Frase considerata dall’Udc come cartina al tornasole del fatto che il leghista non perseguisse una politica di destra coerente e poi esplicitamente richiamata dai democentristi per motivare la rottura dell’alleanza.
A ciò si aggiunge l’arrocchino tra Gobbi e Zali avallato dal governo la scorsa estate. Uno scambio di competenze dipartimentali criticato da più parti e motivo di attrito anche con l’Udc.
Un’altra frase che fece infuriare l’Udc è il famoso “Siete nulli” rivolto in dicembre ai deputati democentristi dal ministro leghista durante i dibattimenti in Gran Consiglio sulla Rete tram-treno del Luganese. L’Udc reagì accusando Zali di essere incompatibile con il ruolo istituzionale ricoperto, considerando quell’uscita come l’ennesima dimostrazione di un rapporto ormai compromesso. La frase venne tra l’altro ripresa su una maglietta che circola negli ambienti leghisti. Dell’atteggiamento eufemisticamente focoso di Zali in aula è possibile stilare un corposo elenco. Ricordiamo per esempio il tavolino divelto – forse volontariamente, forse per la fretta di lasciare il plenum – da un livido Zali dopo che il presidente del Centro Fiorenzo Dadò aveva ritirato l’interpellanza che aveva dato il La al caso Gobbi, ma anche gli scambi molto accesi con diversi deputati di Plr, Ps e Udc.
Il tutto sfocia nel veto ufficioso dell’Udc sulla ricandidatura di Zali. Durante la scorsa primavera iniziano in effetti le trattative per riproporre una lista comune alle elezioni cantonali del 2027. In questo contesto i democentristi pongono una condizione precisa alla Lega: nessuna lista comune con Zali candidato, il cui nome è ritenuto incompatibile con una proposta politica di destra. Il ministro va però a testa bassa e il 24 marzo rompe gli indugi (e con essi anche gli equilibri) confermando la propria ricandidatura. E questo, facendo il giro, porta al comunicato di cui sopra dove l’Udc lancia una propria lista per la corsa al governo.
Ora, a seconda di cosa emergerà nelle prossime ore, si apre tutta una serie di scenari in vista delle elezioni, tra cui un’eventuale riappacificazione di Lega e Udc. Questo scenario appare però remoto, almeno stando a quanto affermato dagli stessi democentristi al termine di una direttiva – “già pianificata da tempo” assicurano – per discutere la tabella di marcia e le strategie delle prossime elezioni. Per l’Udc l’intenzione dichiarata da tempo è quella di entrare in governo, e questa intenzione ovviamente rimane. Per farlo, però, la via più probabile è quella di affidarsi esclusivamente alle proprie forze, ovvero di presentare cinque candidati democentristi per il Consiglio di Stato. A cominciare dal presidente Piero Marchesi.