La scuola ha fatto dei passi avanti in termini di inclusione e di individualizzazione dell’approccio, ma ci sono ancora tanti ragazzi che restano fuori

Avreste dovuto vederli: erano una cinquantina, i ragazzi. Ben vestiti, pettinati, profumati, allegri, anzi raggianti. Il caldo di questi giorni, nell’affollata sala multiuso del municipio di Arbedo-Castione, si faceva sentire. Ma ai giovani diplomandi sembrava non importare: erano lì per ricevere le licenze di scuola media da privatisti. Fieri di loro stessi per essere riusciti a raggiungere un traguardo per nulla scontato. Almeno non per loro: ragazzi e ragazze con biografie diverse, ma accomunati da un percorso non lineare e tutt’altro che semplice. Se è vero, com’è vero, che la scuola pubblica ha fatto dei passi avanti in termini di inclusione e di individualizzazione dell’approccio, ci sono ancora tanti giovani che restano esclusi da un’impostazione scolastica che non è sempre in grado di fornire risposte adeguate ai loro bisogni, che spesso non corrisponde a delle realtà familiari complesse, che non contempla fino in fondo certe “diversità” socio-economiche e psico-emotive. Ecco chi sono i circa cinquanta diplomati: giovani rimasti ai margini che hanno trovato la forza per rimettersi in gioco, e per lasciarsi accompagnare da tutta una rete di docenti e mentori (lodevole la dedizione dei molti collaboratori di Pro Juventute) che li hanno guidati verso l’obiettivo: ottenere un riconoscimento ufficiale del loro impegno, ma soprattutto riuscire a riconoscersi. Ritrovare fiducia in loro stessi e nel mondo che li circonda. Per tutto ciò vederli lì sul palco, diplomi in mano, è un’immagine che riempie il cuore di una gioia profonda.
Avreste dovuto sentirli cantare le loro canzoni a squarciagola, mentre arrivavano alla cerimonia di diploma: un po’ di trap, reggaeton e qualche forma moderna di flamenco. Felici di fare sentire le loro voci; quelle voci che per un po’ di tempo e per svariati motivi erano rimaste in silenzio. Oppure li avreste potuti sentire piangere, ridere, esultare, ognuno a modo suo, mentre venivano chiamati, uno alla volta, per poi ritrovarsi tutti lì sul palco, diploma in mano: nomi, colori, abiti da ogni angolo del mondo, storie di vita che si intrecciano forse solo per un attimo, tutti lassù, allo stesso livello.
Avreste dovuto conoscerli, almeno un paio di loro, come solo si possono conoscere i propri figli, per sapere che tutto quello che hanno vissuto, quel che hanno sofferto, li ha portati fino a quel preciso istante. D’altronde, il valore di quel pezzo di carta che agitano con orgoglio è direttamente proporzionale al dolore che hanno provato strada facendo. Un dolore che durante un certo periodo li ha bloccati, isolati, feriti. E sta proprio qui il “miracolo”: da un luogo buio e lontano, questi ragazzi hanno avuto il coraggio di andare a cercare un po’ di luce. Sarà forse questo il motivo per cui il sole estivo li illumina, ma non li scotta.
Avreste dovuto asciugarvi le lacrime trovandovi di fronte a quella scena preziosa, oppure lasciarle scorrere sulle vostre guance fino a sentire il loro sapore agrodolce. Lacrime di una felicità immensa, sì. Ma di una felicità che non può e non deve nascondere il dolore: perché non ci sarebbe l’una senza l’altro. La cinquantina di giovani è ancora lì, sul palco, diploma in mano: è vero, è solo un pezzo di carta. Ma per ognuno di questi ragazzi vale molto di più di una “semplice” licenza di scuola media: per loro è un’autentica licenza di rinascere.